"Ben vengano i voucher sociali, ma non facciamone una panacea"
“L’assessore alle politiche sociali Stefania Saccardi ha appena presentato un progetto di ridefinizione delle modalità di erogazione dell’assistenza sociale. Nel comunicato stampa che presenta l’iniziativa l’accento è stato posto in particolare sull’avvento di ‘voucher sociali’ che dovrebbero prendere il posto delle erogazioni economiche dirette, sventando in tal modo il malvezzo di dissipare i contributi nell’alcol o nel gioco. I voucher dovranno essere spesi all’interno di una rete di operatori commerciali aderenti al progetto e solo per la soddisfazione di bisogni di prima necessità, escludendo consumi voluttuari o presunti tali” E’ quanto spiegano il presidente del Quartiere 4, Giuseppe D’Eugenio, e il presidente della Commissione Sicurezza Sociale Q.4, Alessandro Mugelli che a fronte di questo precisano innanzitutto che “i quartieri, fino a pochi mesi fa titolari della delega sui servizi sociali, non sono stati minimamente consultati in proposito, come forse la correttezza istituzionale e il buon senso avrebbero dovuto suggerire”. Gli esponenti del Q.4 non si limitano a questo ed entrano anche nel merito del progetto con una serie di valutazioni: “E’ certo un bene che si cerchi di contenere gli sprechi e gli abusi e ben vengano anche i ‘voucher’ se possono rappresentare uno strumento in questo senso. Ma sarebbe assolutamente sbagliato individuare in questo metodo una sorta di ‘panacea’ per la gestione dei servizi sociali. Innanzitutto perché si parte da un presupposto errato che identifica l’utente medio dei servizi sociali nello stereotipo del poveraccio ubriacone e dedito al gioco. Stiamo attenti a non cadere negli schemi del vecchio pauperismo ottocentesco”.
“In realtà così si rischia -proseguono D’Eugenio e Mugelli- di spostare il baricentro dalla personalizzazione degli interventi ad una sorta di standardizzazione del bisogno, non più stabilito sulla base di un piano di intervento mirato e definito con gli assistenti sociali (una bolletta da pagare, la scadenza di un mutuo da fronteggiare, le conseguenze economiche di una malattia invalidante, un problema o un vizio da superare etc.) ma bensì sulla scorta di predefinite attitudini al consumo. In tal modo la persona dell’utente viene scomposta in una serie di acquisti, riducendo il cittadino a mero consumatore.
“Siamo poi certi che questo sistema non introduca ulteriori elementi di burocratizzazione con relativi costi di gestione che poi finiscono per assorbire anche gli eventuali margini di risparmio? E che tale impostazione non mortifichi la professionalità degli assistenti sociali retrocedendoli a distributori di cedole, alle prese con procedure sempre più spersonalizzanti?”
“Negli ultimi decenni per fortuna -concludono D’Eugenio e Mugelli- si è affermata un’altra cultura del servizio sociale, dinamica, basata sulla responsabilizzazione dei cittadini, legata a programmi specifici, a progetti di vita in cui l’amministrazione si inserisce come facilitatrice di un processo di emancipazione dal bisogno e di fuoruscita dal disagio. Una visione che non inchioda le persone ad una casta di appartenenza (‘i miserabili’) ma le mobilita in un percorso di attivazione personale”. (lb)