Manovra e quale futuro per gli istituti culturali fiorentini, l'intervento del presidente della commissione cultura Bieber (Pd)

Questo l'intervento del presidente della commissione cultura  di Palazzo Vecchio Leonardo Bieber (Pd) promotore dell'ordine del giorno approvato oggi:

 

“Quale futuro per gli Istituti culturali fiorentini alla luce delle nuove urgenti misure in materia finanziaria all’esame del Parlamento”

Buongiorno,
Innanzitutto vorrei ringraziare il Presidente del Consiglio Comunale e tutti coloro che ha contribuito nella realizzazione della seduta odierna, i parlamentari toscani presenti nel Salone dei Dugento e soprattutto i rappresentanti degli Istituti Culturali fiorentini che sono qui a portare la propria testimonianza diretta, a fronte delle nuove urgenti misure in materia finanziaria all’esame del Parlamento.
Una seduta aperta, speciale, volta sensibilizzare l’opinione pubblica sulle gravi ricadute che i tagli alla cultura potrebbero avere per molti enti culturali importanti della nostra città – non solo per la loro attività ma per la loro stessa sopravvivenza - ed a creare un dibattito tra le varie forze politiche, di maggioranza e di opposizione, affinché entrambe si adoperino a difesa del patrimonio artistico e culturale di Firenze.

Come noto, infatti, nella nostra città hanno sede numerose fondazioni, enti ed istituti culturali che coprono diversi rami del sapere – archeologia, arte, storia, letteratura, storia della scienza e altro ancora – che posseggono importanti biblioteche specialistiche ed archivi, svolgono attività di ricerca, organizzano congressi e pubblicano riviste e collane: un insieme, quindi, di beni ed attività, un “patrimonio” inestimabile di conoscenze e di saperi, che hanno una ricaduta forte e significativa sul piano nazionale ed internazionale - anche alla luce del fatto che molte realtà hanno importanti legami con l’estero - e che fanno così di Firenze una delle capitali europee della cultura.

E se è vero quindi che la prima stesura del decreto legge è stata stralciata dopo le proteste da parte dello stesso Ministro Bondi che è stato di fatto, come del resto da lui stesso ammesso, “esautorato” dal proprio Governo e dopo i rilievi e le ripetute osservazioni mosse anche dal Presidente della Repubblica sui tagli alla cultura ed alla ricerca, è altrettanto vero che - nel nuovo testo del decreto legge (oggi in attesa di conversione) che attribuisce al Ministro ed ai tecnici del Ministero il compito di individuare gli enti su cui far gravare la riduzione delle spese - permane inalterato, in modo assai preoccupante, l’entità del taglio al 50% del totale ovvero di circa 10,7 milioni di Euro, se si considera che questi enti nel 2009 avevano ricevuto complessivamente un contributo di 21,5 milioni di Euro.

Ma quello che più preoccupa, aldilà di quelle che saranno le modalità con cui si addiverrà ai tagli e la discrezionalità su cui ricadrà la scelta degli enti - scelta che è auspicabile che in ogni caso sia accompagnata da una reale, consapevole ed attenta disamina del valore e dell’importanza degli stessi e non dal caso e/o dall’improvvisazione, senza alcun tipo di riflessione e discussione preventiva come invece è accaduto fino ad ora - è la volontà politica disarmante di non volere difendere il alcun modo la nostra cultura, questo patrimonio inestimabile che all’estero tanto ci invidiano e ci apprezzano.

Si, perché “tagliare, tagliare” (e tagliare in questo modo ) - fermo restando la consapevolezza dei sacrifici a cui tutti siamo chiamati in un periodo di particolare crisi economica - non vuol dire solamente sottrarre fondi, risorse, ma vuol dire rompere per sempre con un tessuto di tradizioni e di radici che non recupereremo mai più, come ci hanno testimoniato i rappresentanti dei vari istituti che abbiamo appena ascoltato. Non si tratta quindi di definanziare, ma di sopprimere, di uccidere.

Se è vero, quindi, che ad oggi viviamo una congiuntura economica-finanziaria particolarmente complessa a livello internazionale, è doveroso sottolineare come le risorse necessarie potrebbero e dovrebbero essere trovate colpendo realmente le rendite finanziarie, recuperando i soldi dall’evasione fiscale, tema a cui il presente Governo dimostra di essere allergico o con vere riforme strutturali in grado di rilanciare economicamente il nostro Paese o magari rivedendo opere inutili e faraoniche dal grosso impatto ambientale come lo stretto sul Ponte di Messina, tanto per fare alcuni esempi, o addirittura non erogando migliaia e migliaia di Euro per ripianare i deficit di alcuni Comuni non certo virtuosi, come è accaduto nel caso del Comune di Catania.

Preoccupano, altresì, le affermazioni del Ministro circa la sua volontà di riorganizzare l’intero settore della cultura in Italia diminuendo lo spazio della mano pubblica, aprendo ad una collaborazione dei privati e della società civile: la visione di una cultura, quindi, che sappia camminare da sola, con le proprie gambe, senza il sostegno dello Stato. Perché se da un lato è giusto e doveroso combattere gli sprechi presenti, dall’altro è altrettanto vero che è non accettabile l’idea che la cultura abbia già avuto troppo sostegno statale e che l’arrivo di risorse private possa da solo esercitare nel settore stabili e positive funzioni di supplenza, consentendo così un indebolimento del ruolo pubblico e una sua progressiva e totale dismissione.

E’ doveroso ricordare, al riguardo, come pur avendo l’Italia una responsabilità maggiore verso la cultura in confronto di altri Paesi Europei, stante la quantità e la qualità del patrimonio artistico-culturale presente sul nostro territorio, destina ad esso solamente 1,8 miliardi di Euro, pari allo 0,3% del PIL, al contrario di quanto fanno altri Stati europei: si pensi, ad esempio, che la Francia investe in cultura 12 miliardi di Euro, la Germania 8,6, la Gran Bretagna e Spagna 5,3, con una media europea, rispetto al PIL, di 1,5% (in Italia, occorre ripeterlo, è lo 0,3%).
In sostanza, noi viviamo il paradosso, frutto di un’eredità storica che va aldilà di questo Governo, di vivere nello Stato Europeo che ha più beni culturali ma che investe meno nella conservazione, nella fruizione e nella valorizzazione degli stessi: altri paesi, che hanno compiti e doveri ben minori di quelli che abbiamo noi, investono invece molto di più.

Ed il quadro nazionale non è certo confortante: secondo il rapporto annuale di Federculture presentato a Roma nel dicembre 2009, infatti, l’Italia è scesa dal 5 al 6 posto nella classifica internazionale delle attrattive turistiche, preceduta da USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Francia; dopo 25 anni di continua crescita si è verificata una battuta d’arresto anche per il numero dei visitatori dei musei, quasi il 4% in meno. Un dato preoccupante, se si considera che il turismo culturale genera quasi il 13% del PIL nazionale (33 milioni di turisti ogni anno), più di altri settori come il tessile ed il chimico.
A fronte di questo, lo Stato non sembra riconoscere il valore della cultura in Italia: nel 2003-2005 sono stati stanziati € 2.171 milioni di Euro; nel 2006-2008 € 1.961; nel 2009, invece, il bilancio del Ministero dei Beni e le Attività Culturali è precipitato a 1.719 milioni di Euro, pari a circa lo 0,23% dell’intero bilancio dello Stato, con una flessione del 23% rispetto al 2008, così che in sette anni abbiamo avuto una diminuzione degli investimenti di ben 400.000 milioni di Euro.

Al riguardo, occorre ricordare come un rilevante sostegno all’arte ed alla cultura è stato dato in questi anni dagli Enti locali (Regioni, Province e Comuni), che in termini assoluti hanno speso di più del Ministero, ma che all'esito della manovra finanziaria in corso non saranno più in grado di sostenere gli enti e sopperire ai tagli, visto e considerato che anch'essi saranno duramente colpiti.

Nonostante la crisi, però, il dato confortante, di buon auspicio e su cui riflettere per lavorare è che dal 1998 ad oggi la spesa delle famiglie italiane nel settore culturale è aumentata, passando da 48 a 64 miliardi, con un incremento del 34%: gli italiani rinunciano, quindi, ad altre spese ma non tagliano la cultura, confermando che la richiesta di consumo di attività culturali, a differenza di quella rivolta ad altri beni, non diminuisce, ma aumenta con l’aumento del consumo.

Ebbene, in questo contesto, un’ulteriore dismissione dello Stato e del suo ruolo desta forte preoccupazione: fermo restando l’impegno a promuovere lo sviluppo della cultura sancito anche dall’art. 9 della nostra Carta Costituzionale, va ricordato, infatti, come il settore dei beni culturali non è mai stato territorio di mecenati e di grandi profitti (basti pensare che anche grandi realtà museali come il Louvre e il Moma sono in perdita). Senz’altro una migliore comunicazione, un valido appeal di bookshop, ristoranti e/o caffetteria, migliori servizi, integrazione con altre realtà cittadine, possono di fatto dare un incremento alla fruizione della città, con positive ricadute sul territorio, ma si ricordi i problemi della cultura non si risolvono con un disarmo totale dei soggetti pubblici ed un subentro di quelli privati, ma bensì con una leale partnership, integrazione e cogestione tra pubblico e privato, dove il pubblico, anche ripensando in chiave moderna e più efficiente il proprio ruolo, non rinuncia a svolgere la sua vece di promotore dello sviluppo culturale di una comunità che rappresenta.
Non quindi ad una cultura per fare cassetta, soldi a tutti i costi, ma come bene comune su cui investire per il beneficio e la libertà di tutti.

Cultura, giova ricordarlo, è libertà dell’animo e delle menti dei cittadini, è capacità di pensiero e libertà di espressione, è arrichimento individuale e garanzia indispensabile per la tutela della liberà di pensiero e della democrazia, patrimonio da tutelare di uno stato, ma è anche e soprattutto risorsa economica su cui investire.

In sostanza, in Italia il finanziamento statale per la conservazione e lo sviluppo del patrimonio culturale viene e inteso “come contributo a fondo perduto” e non come “investimento”, una semplice voce di spesa pubblica, non un capitale impiegato in cui invece l’Italia vanta delle straordinarie eccellenze. Al contrario, “spendere” per la cultura significa creare indotti economici, incoraggiare il turismo, rilanciare l’immagine del nostro Paese nel mondo. La cultura, in verità, dovrebbe diventare il volano di sviluppo per l’Italia e la percentuale dovrebbe salire almeno all’1%, altro che tagli! Bisognerebbe incoraggiare una politica culturale in grado di investire nella produzione creativa, nella formazione professionale ed artistica, in nuovi assetti distributivi del prodotto culturale mediante nuovi leggi di sistema in grado di rilanciare la cultura, garantire trasparenze ed affidabilità delle risorse, la loro ottimizzazione ed anche l’eliminazione di eventuali sprechi.

Ed è questa la vera sfida a cui siamo chiamati: investire sulla cultura, investire sul nostro futuro perché l’intero mondo della cultura, dal cinema al teatro, al prezioso tessuto delle biblioteche, delle accademie, degli archivi storici fino ad arrivare alle fondazioni, non solo rappresentano la versione più alta e nobile della nostra società, ma sono un modello di sviluppo capace di dare lavoro qualificato a migliaia di persone. Difendere la cultura significa difendere il futuro anche delle nuove generazioni: penso alle migliaia di ricercatori precari, i cui posti di lavoro sono messi a rischio con questi tagli, che rischiano così di andare ad aumentare la percentuale di disoccupazione intellettuale del nostro Paese che vuol essere competitivo a livello mondiale, ma che costringe le nostre classi dirigenti del futuro ad emigrare all’estero, regalando così ad altri le loro capacità scientifiche e tecnologiche.

Sì, perché questo taglio non riguarda solo al cultura ma riguarda anche altri settori trasversali e propedeutici alla crescita del nostro Paese, penso alla scuola ed all’Università, anch’esse così tartassate e colpite da questa manovra. Ed è bene ricordare che in questi due campi (cultura ed istruzione), che sono un po’ due facce della stessa medaglia, non si spende e non si spenderà mai abbastanza.
Ridurre in questi due settori significa quindi condannare il Paese alla decadenza, posto che una società culturalmente ridotta e non istruita è una società destinata a spegnersi lentamente, in grado di creare solo dei semplici sudditi e non dei veri cittadini.

Ed ecco perché - e mi avvio a concludere - congiuntamente ai rappresentati ed ai presidenti dei vari Istituti culturali fiorentino abbiamo provveduto a redigere, dopo uno scambio di opinioni informali in un incontro della scorsa settimana, questo documento unitario, recepito nell’ordine del giorno odierno, che spero e mi auguro vivamente possa trovare l’accoglimento anche delle forze di opposizione: perché non è possibile rimanere indifferenti ai tagli che colpiscono duramente la nostra città, e penso anche ad altre grandi realtà quali La Pergola, il cui destino dopo la soppressione dell’ETI ancora non è conosciuto e soprattutto al Maggio Musicale Fiorentino, la cui riforma delle Fondazioni liriche rischia di metterne a serio repentaglio l’indubbia e comprovata fama internazionale.

Un documento che esprime forte preoccupazione per il futuro degli istituti culturali della nostra città e che fa appello, senza distinzioni politiche di sorta, al Governo, al Ministro per i Beni Culturali, al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, al Parlamento ed a tutti i parlamentari toscani affinché si adoperino per apportare sostanziali modifiche al decreto legge, chiedendo altresì al Sindaco ed alla Giunta di farsi interprete delle suddette istanze nei confronti del Governo e della Giunta, al fine di evitare che molte delle eccellenze presenti nella nostra città di Firenze siano colpite in modo definitivo ed irreparabile.

Poche settimane fa – e concludo - al momento del conferimento della cittadinanza onoraria Don Luigi Ciotti ci ha ricordato l’etimologia della parola “speranza”: speranza che deriva dal latino “pes”, piede, e ci ha ricordato l’importanza di “usare i nostri piedi per camminare insieme”.
E forse, anche stavolta, è utile guardare al passato, al senso ed all’origine delle parole che spesso ci può servire a capire tante cose: perché la nozione di cultura viene anch’essa dal latino, dal verbo “coltivare” (colere in latino) ed indica un’attività che permette di “coltivare l’animo umano” e che poi, nella concezione più moderna, è stata assunta a significato come sistema di costumi, attività, valori abitudini ed ideali che identificano un popolo o una società.

Ebbene, cari colleghi, se oggi noi siamo qua, in questa bellissima sala, in questo palazzo stupendo, in questa città unica al mondo lo dobbiamo esclusivamente all’intelligenza, alla capacità ed alla lungimiranza di chi, in passato, prima di noi ha saputo coltivare il proprio animo, di chi ha saputo investire, anche economicamente, nelle arti e nella cultura, lasciandoci un patrimonio ineguagliabile: e noi tutti, senza alcuna distinzione di sorta, abbiamo il dovere, sia morale che politico, di continuare a “coltivare” tutto questo patrimonio.".

(lb)