Presentata una ricerca sui comportamenti sessuali e diffusione di HIV e Aids
Una scarsa consapevolezza del rischio effettivo di contrarre il virus dell’HIV, ma anche un’ampia disponibilità a sottoporsi al test gratuito magari solo per sentirsi più tranquilli. E la conferma che la malattia colpisce soprattutto le persone che non rientrano nelle classiche categorie a rischio, ovvero omosessuali e tossicodipendenti.
Sono questi alcuni degli elementi emersi nell’ambito della ricerca su “Comportamenti sessuali a rischio e diffusione dell'HIV” commissionata dall’Amministrazione comunale e realizzata dall’Università di Firenze in collaborazione con le associazioni del Coordinamento comunale Aids (Lila, Caritas, Arci Gay, Azione Gay e Lesbica, Associazione Insieme). Obiettivo dell’indagine fotografare la situazione dei comportamenti sessuali a rischio e della diffusione dell’HIV a Firenze.
La ricerca è stata presentata oggi a Palazzo Vecchio dall’assessore alle politiche sociosanitarie Stefania Saccardi e dai ricercatori che hanno effettuato l’indagine, ovvero Patrizia Meringolo, Sandra Carpi Lapi e Moira Chiodini del Dipartimento di Psicologia dell’Ateneo fiorentino.
“Abbiamo commissionato all’Università di Firenze questa ricerca per avere informazioni sull’andamento del contagio da HIV e per tener alta l’attenzione sulla malattia che, a differenza di quanto si pensa, esiste ancora e che negli ultimi anni si diffonde soprattutto al di fuori delle categorie di popolazione considerate tradizionalmente a rischio – ha spiegato l’assessore Saccardi –. Si tratta di un lavoro utile non soltanto per calibrare meglio le future campagne di prevenzione e sensibilizzazioni in cui i medici di base dovranno giocare un ruolo sempre più rilevante”.
L’assessore Saccardi ha poi ricordato come gli studi epidemiologici sul virus HIV evidenziano come le nuove infezioni riguardino prevalentemente soggetti eterosessuali che contraggono il virus in situazioni di sesso non protetto. Il Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità stima che in Italia le persone con l’HIV siano 170-180.000 e circa 22.000 quelle affette da Aids. Ed un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Rispetto a 20 anni fa è diminuito il numero di persone che contraggono l’infezione (circa 4.000 all’anno) e, grazie ai progressi delle nuove terapie antivirali, è aumentato quello dei soggetti sieropositive viventi. Nel 2008 sono stati 6,7 i nuovi casi di HIV diagnosticati ogni 100.000 residenti, con una maggiore incidenza nel centro-nord. Per quanto riguarda la Toscana, le persone malate di Aids che vivono in regione sono 1.331 e si registrano circa 100 nuovi casi ogni anno: dal 2001 non si rilevano casi in età pediatrica. Altri dati interessati riguardano l’età media della diagnosi sempre più alta (44 anni per gli uomini, 39 per le donne) e la modalità di trasmissione più frequente che risulta essere quella sessuale, in particolare quella eterosessuale (nel triennio 2005-2007 ha riguardato il 47% dei malati).
“Questa ricerca ha inoltre confermato come sia diffusa la convinzione che questa malattia non esista più – ha sottolineato l’assessore Saccardi –, convinzione avvalorata dal fatto che di HIV e Aids si parla sempre meno. Invece la malattia c’è ancora e colpisce sempre più persone che non rientrano nelle classiche categorie a rischio anche se, a differenza del passato, grazie ai progressi della medicina risulta meno letale. Ma la cura è più efficace quanto prima viene scoperta la sieropositività e invece non sono molti quelli che si sottopongono al test, sia per paura dei risultati sia perché, come evidenziato da questa indagine, sicuri di non avere comportamenti a rischio”.
Per quanto riguarda l’indagine, questa ha coinvolto 328 persone, di cui 168 maschi e 160 femmine di età compresa fra 20 e 38 anni, che per le elaborazioni statistiche sono state raggruppati in tre classi di età: fino a 30 anni (46,3%), da 31 a 50 (39%) e oltre 51 (14,6%).
“La ricerca – ha illustrato Meringolo – ha voluto individuare possibili fattori psicologici sia di rischio che protettivi in una fascia di popolazione scarsamente indagata in letteratura, ossia adulti non studenti: si tratta di una popolazione che più difficilmente viene raggiunta da campagne di sensibilizzazione e di prevenzione, e nella quale di conseguenza può essere minore la percezione del rischio e più scarse le informazioni disponibili. L’obiettivo era quello di verificare se sono presenti e in quale misura comportamenti a rischio; comportamenti di prevenzione primaria, in particolare informazioni adeguate e uso del preservativo; comportamenti di prevenzione secondaria, quali il ricorso al test. Relativamente a quest’ultimo si sono indagati nello specifico: le conoscenze, la disponibilità e la motivazione a effettuarlo, la caratteristiche che dovrebbe avere la struttura nella quale poterlo eseguire”.
Dai risultati emerge che i comportamenti a rischio più diffusi tra gli intervistati sono legati all’abuso di alcol e di sostanze, alla guida pericolosa e ai rapporti sessuali non protetti. Un comportamento quest’ultimo che a differenza degli altri non diminuisce con l’aumentare dell’età. Inoltre è emerso chiaramente un buon livello di informazione media sull’infezione da HIV e sull’Aids (soprattutto grazie ai giornali e più in generale dal mass-media seguiti da esperti, amici e familiari) anche se il 30% degli intervistati non sa che esiste una terapia farmacologica per intervenire in caso di sieropositività.
Sulla percezione dei comportamenti a rischio, in generale gli intervistati non pensano sia alto il pericolo di contrarre l’infezione né per sé né per i propri amici: una convinzione diffusa indipendentemente dall’età anche se i giovani risultano maggiormente preoccupati. Comunque chi sa di essere ben informato si sente meno minacciato rispetto alle persone che non sanno come prevenire il contagio o ridurne gli effetti.Per quanto riguarda il preservativo, l’opinione degli intervistati è complessivamente positiva anche se viene utilizzato soprattutto come metodo contraccettivo piuttosto che come strumento di prevenzione primaria dal contagio.
Passando al test HIV, il 66,7% ha dichiarato che lo farebbe “per sentirsi tranquillo”, l’11,3% per poter iniziare tempestivamente una terapia e il 7,5% per assumere, in caso di esito positivo, comportamenti tali da proteggere gli altri dal contagio. Il questionario chiedeva inoltre le motivazioni per cui rifiutare di sottoporsi al test (per il 73,7% è la convinzione di non aver avuto comportamenti a rischio; per il 18,2% invece la paura di conoscere l’esito dell’esame) e le caratteristiche che una struttura in cui effettuare l’analisi dovrebbe avere: ovvero per il 54% degli intervistati dovrebbe offrire supporto psicologico; per il 50% essere predisposta per fornire informazioni utili per la prevenzione; un intervistato su due ritiene fondamentale che queste strutture siano organizzate in modo da garantire la privacy degli utenti. Meno importanti l’accessibilità del luogo (22%) e la disponibilità di orario (32%).
La ricerca si è poi soffermata sull’atteggiamento degli intervistati rispetto alla percezione della gestione della propria salute. Ebbene, la maggioranza è convinta di essere in grado di controllare la propria salute (un tratto positivo che a volte si può tradurre in una sorta di ottimismo irrealistico) mentre risulta diffusa anche la convenzione che il contagio dipende dal caso o dal destino. Un atteggiamento fatalistico più presente tra gli uomini (soprattutto per quanto riguarda l’HIV) mentre tra le donne è più comune la fiducia nei professionisti sociosanitari per tutto ciò che riguarda una corretta gestione della propria salute.
Nella sua parte finale l’indagine si è rivolta agli operatori impegnati in servizi rivolti sia alla popolazione generale (consultori e ambulatori) sia in particolare a soggetti sieropositivi o con Aids conclamata. L'obiettivo di queste interviste era rilevare atteggiamenti e comportamenti della popolazione attraverso la percezione di coloro che si trovano in rapporto più diretto e quotidiano con gli utenti. Tra i soggetti intervistati vi sono medici (cardiologo, ematologo, dermatologo, ginecologa), una psicologa e una volontaria. “Da questa ricerca qualitativa – ha precisato ancora Meringolo –emerge una valutazione dei servizi esistenti e delle opportunità di collaborazione complessivamente positiva. D’altro canto tutti gli operatori avvertono l'esigenza di una maggior circolazione di informazioni corrette ed esaustive, sia tramite i mass-media sia tramite campagne mirate in particolare alle fasce giovanili. Rimane quindi la necessità di un'azione più capillare, che coinvolga personalmente e direttamente gli utenti: in questo il ruolo del medico di base diventa fondamentale, come colui che, attraverso un contatto individualizzato e fiduciario con i propri pazienti, è in grado di stimolare e diffondere l'adozione di buone pratiche protettive” ha concluso Meringolo. (mf)