"Sull'immigrazione non possiamo limitarci a dire no"
Questo l'intervento dell'assessore alle politiche sociosanitarie Stefania Saccardi svolto oggi in consiglio comunale sul tema dell'immigrazione.
La questione dell’immigrazione è oggi forse tra le più rilevanti questioni sociali che interrogano le nostre coscienze e la nostra responsabilità di governo. Interrogano la coscienza di chi ritenga, come me, che ogni persona umana, clandestina o non, da qualunque paese provenga, è mio fratello; interrogano però anche la coscienza di chi, investito della responsabilità di governare in ambito limitato, come quello appunto del Comune di Firenze, un fenomeno fisiologicamente in crescita, si trova nella necessità di dare una risposta che sia capace di garantire la convivenza e l’integrazione e non l’esasperazione e gli istinti peggiori dell’uomo. Questo è tanto più vero in un momento in cui la crisi economica rende tutto più difficile, soprattutto la tolleranza. Su questo equilibrio si gioca la capacità di governo di un fenomeno che è insito nelle società moderne e nei confronti del quale sarebbe velleitario o meglio irresponsabile immaginare che il termine accoglienza si debba declinare nell’assenza di regole e nella vendita di false speranze. Quando, oltre un mese fa, sono entrata nella scuola occupata di viale Guidoni dopo l’incendio mi sono chiesta quanto fosse morale consentire quel tipo di vita; se e in che misura sia giusto alimentare speranze che nessuno è in grado di mantenere. E allora su una questione che in questi giorni trova vasta eco sulla stampa, ovvero la questione dei CIE, io la vedo così: da un lato mi pare frutto di superficialità sostenere, come ha fatto la candidata del PdL alla presidenzadella Regione Toscana in alcune interviste, che va abolita la legge toscana sull’immigrazione perché “legittimando la clandestinità, come con l’assistenza sanitaria gratuita, si creano invece le condizioni per il possibile aumento della criminalità”.Il segretario generale della CEI (Conferenza episcopale italiana) Mariano Crociata ha recentemente affermato che “non è vero che riducendo gli immigrati clandestini si riduce anche la criminalità” così come ritengo che curare le persone senza prima chiedere loro il permesso di soggiorno, non solo non c’entra niente con la legittimazione della clandestinità, non solo è un principio di civiltà sacrosanto ma è un dovere irrinunciabile e un imperativo morale primario.
Detto questo, sui CIE credo sarebbe sbagliato affrontare la questione in modo ideologico (in Emilia-Romagna ce ne sono due). Io la penso come Enrico Rossi: se ci fosse una richiesta del governo, non possiamo limitarci a dire NO facendo finta che la questione non ci riguardi. Dobbiamo raccogliere la sfida e rilanciare e dare la dimostrazione di come nella nostra terra sappiamo fare le cose, di come si potrebbero gestire i centri nella Provincia e nella Regione in cui abbiamo un associazionismo che da sempre è in grado di coniugare l’accoglienza, l’integrazione e il rispetto delle regole della convivenza ordinata. Potremmo farne un esempio di come luoghi che in altre zone configurano una forma di detenzione impropria (e questo non lo vogliamo) potrebbero essere luoghi in cui le persone siano soccorse, possano ricevere informazioni, dove siamo orientate sul percorso più adatto alla propria situazione, dove nel tempo di permanenza imparino un po’ la nostra lingua, dove possano richiedere i provvedimenti amministrativi cui abbiano diritto.
Credo che la politica, di fronte alle grandi questioni, non debba e non possa limitarsi a dire NO e a subire i fenomeni; credo che la politica abbia il dovere di mettersi in gioco, di provare a trovare le risposte, di assumersi fino in fondo la responsabilità del governo e di scelte a volte impopolari.
(mf)