Morte partigiano Rena, Agostini: "Rimane modello di persona libera, democratica, solidale e innovativa"
"Renato Pozzi rappresenta il modello di persona libera, democratica e solidale alla quale in molti amici colleghi e rappresentanti istituzionali hanno fatto riferimento negli anni” Lo ha detto ha detto la presidente della commissione Pace Susanna Agostini che questa mattina ha rappresentato l’amministrazione comunale alle esequie per il partigiano Rena che si sono svolte alle cappelle del commiato. “ Renato – ha ricordato Agostini- da protagonista di battaglie per la liberazione della Città, entrò con Potente in Porta Romana nel 1944, ha proseguito la sua azione positiva rivolta al mondo intero anche attraverso la professione di medico ospedaliero. Primario dell'emergenza a Santa Maria Nuova negli anni '80, fu promotore, oltre che tecnico esperto, della modernizzazione delle strutture ospedaliere e di un nuovo approccio alle cure e prestazioni assistenziali. La sua vita poliedrica lo ha portato ad essere presente anche in azioni di cooperazione sanitarie in Eritrea, in particolare rivolte alla salute mentale dei bambini. Negli ultimi anni ha raccontato nelle scuole come militante dell'ANPI, la storia della resistenza . Quella da partigiano ma anche la resistenza delle famiglie vissuta nelle case dei fiorentini. Dal dottor Pozzi Renato dialettico ed estroso attivista sanitario e politico del presidio ho ricevuto un' impronta determinante per proseguire il mio impegno, sia lavorativo nella sanità pubblica, sindacale che politico. Rivelava con sapiente ironia e grande comunicativa luci e ombre della conservativa cultura della sanità fiorentina e nazionale. Ha sempre sottolineato - ha concluso Susanna Agostini – l’impellente necessità di mettere al centro la salute ed il rispetto per la persona umana piuttosto che variabili politiche istituzionali come potevano diventare quei ragionamenti che partivano da considerazioni altre, come risorse economiche o strutturali disponibili per analizzare priorità e obbiettivi. Al termine del saluto è stato consegnato ai partecipanti il suo intervento pubblico in ricordo di Potente fatto l'8 agosto 2009 in Santo Spirito” (lb)
Si allega l'intervento in ricordo di Potente fatto da Renato Pozzi l'8 Agosto 2009 in piazza Santo Spirito
Fin da giovanissimo Aligi Barducci, figlio del popolo (padre operaio, madre sigaraia) dimostrò
una particolare predilezione, insieme con alcuni amici, per gli aspetti culturali (musica,
letteratura, filosofia) che non lo faceva partecipe di un antifascismo militante, come sarebbe
stato possibile nel particolare contesto rionale in cui viveva, ma manifestava solamente una
certa insofferenza verso il regime, alimentata anche dall’amicizia con alcuni personaggi più
maturi di lui, conosciuti in quegli anni, come lo scultore Varlecchi, che frequentava il
Conventino.
Durante il servizio militare di leva a Messina, mantenendo un’intensa corrispondenza con la
famiglia e con gli amici di sempre, manifestò una notevole insofferenza per la rigidità di
quella vita.
Mentre, approssimandosi il momento del congedo, si preoccupava solamente del suo futuro
lavorativo, la guerra di Etiopia lo vide invece inquadrato in una divisione di fanteria dislocata
in Somalia, per una permanenza in A.O. che durò oltre due anni. Un periodo che però, senza
partecipare a combattimenti, lo vide superare difficoltà e disagi che gli permisero di acquisire
un notevole bagaglio di esperienze, le quali sarebbero emerse in tutta evidenza nelle sue
successive attività di partigiano.
La prolungata vita militare, in un contesto di esaltazione imperialistica del regime, dovuta alla
conquista dell’Impero, sembrò condizionare anche gli orientamenti intellettuali di Aligi
Barducci che, in una inusuale polemica epistolare con l’amico Frullini, sembra privilegiare
l’interpretazione che gli intellettuali di destra davano al pensiero di Nietzsche a vantaggio di
politiche di aggressione e di potenza, fino a ritenere vive e vitali le teorie imperiali
conquistatrici del lontanissimo Impero romano.
L’avventura coloniale terminò nel 1936 e nell’intervallo, prima dell’inizio della seconda guerra
mondiale, Barducci conseguì il diploma di ragioniere e si impegnò in alcuni impieghi pubblici.
Nel 1940 partecipò al corso per allievi ufficiali e, nel 1942, viene assegnato al X Reggimento
Arditi a Santa Severa nel Lazio e da qui, successivamente, trasferito a Pola.
Furono queste le occasioni che permisero a Barducci di perfezionare il suo addestramento
militare e di esaltare le sue doti di comandante in un rapporto di sintonia e confidenza con i
propri dipendenti che ne avrebbero fatto un superiore assai amato e che tale si dimostrerà
successivamente anche come capo nelle formazioni partigiane.
La sua pattuglia, chiamata la Potente, fu trasferita nel 1943 ad Acireale in Sicilia e da qui
sotto l’incalzare delle truppe alleate fu, costretta a ritirarsi fino alla base di Santa Severa fino
al verificarsi dell’8 settembre. Barducci tentò di reagire allo sbandamento del suo reparto e,
con la speranza che il governo organizzasse la resistenza ai tedeschi, raggiunse Roma,
dove si unì ad alcuni reparti della Divisione Ariete, partecipando ad alcuni scontri con i
tedeschi sopraggiunti per occupare la Capitale.
Tuttavia, essendo arrivato l’ordine del comando supremo di ripiegare su Tivoli, per
proteggere la fuga del re e di Badoglio, ad Aligi non rimase che rimettersi in marcia per
tornare a Firenze, entrando anche lui a far parte di quel popolo di sbandati che tentava di
tornare a casa, braccato dai tedeschi.
Al fine di comprendere le scelte che portarono diversi di quei militari, come il nostro Aligi, ad
entrare nelle file della resistenza, è fondamentale cogliere quale fu il dramma che essi
vissero nei giorni della dissoluzione dell’esercito e delle istituzioni.
Molti di loro, dopo lo sbandamento dell’8 settembre, si sentirono vittime di un doppio
tradimento: quello fascista perché, dopo anni e anni di propaganda, di indottrinamento, di
raduni e di esercitazioni, di una militarizzazione del vivere quotidiano e sociale, prometteva
un futuro di gloria ed ecco invece il disastro. Mussolini era riuscito a far credere a molti
italiani che l’Italia era forte, potente e meritevole di ben altro di quello che aveva, evocando la
potenza dell’antico Impero romano.
La guerra fu invece un esame impietoso, che mostrò una realtà ben diversa, quella di
un’Italia debole e vulnerabile, buttata in un’avventura troppo superiore alle proprie possibilità.
Non eravamo un popolo di conquistatori, come il fascismo voleva credere e far credere e
man mano che le vicende belliche rivelavano la verità, la sicurezza e le convinzioni di tanti
giovani si incrinavano e si sgretolavano.
Quando il fascismo crollò e Mussolini fu arrestato, ormai gran parte del popolo italiano,
stanco di lutti, distruzioni e privazioni non desiderava altro che uscire dalla catastrofe e da un
momento all’altro si aspettava la notizia della resa. E arrivò l’8 settembre e fu consumata una
nuova illusione.
La guerra, sia pure su binari completamente diversi, continuava. Ma vi era almeno la
possibilità di difendere l’Italia dall’invasione tedesca, in quanto le truppe italiane in quei
giorni, erano ancora numericamente forti rispetto a quelle tedesche, sul territorio nazionale:
bastava per questo un piano di difesa e ordini chiari e precisi. Invece il re e Badoglio, oltre a
fuggire, lasciavano l’intero esercito senza direttive e gran parte del paese alla mercé della
Germania.
Secondo la testimonianza di Orazio Barbieri, profonda sorpresa e sincero dolore furono
i sentimenti di Barducci alla notizia della fuga del re e di Badoglio perché un re inetto
e imbelle, in cui tuttavia aveva riposto fiducia, perché era riuscito ad arrestare Mussolini,
anziché fare appello al popolo per una guerra nazionale, si mette in salvo con la
fuga.
Ritornato a casa, poté riabbracciare i suoi genitori ma trovò la sua Firenze in mano ai
tedeschi, assistette ai tentativi di restaurazione fascista e in lui la voglia di fare qualcosa, di
combattere contro gli invasori accrebbe di giorno in giorno.
Superando le inevitabili diffidenze e difficoltà di collegamento, Aligi finalmente poté realizzare
il suo desiderio di raggiungere le formazioni partigiane di montagna il che avvenne in una
formazione di Monte Morello.
L’accoglienza non fu all’inizio delle migliori, perché fra i partigiani c’era molta diffidenza verso
gli ex ufficiali dell’esercito. Ma Barducci aveva una semplicità di rapporti con i compagni,
senza iattanza, senza mostrare nessun motivo di superiorità il che gli procurò rapidamente la
simpatia dei compagni e che ebbe la sua definitiva accettazione dopo lo scontro con una
pattuglia tedesca a Fonte dei Seppi, che mise in evidenza le sue qualità militari.
Per sottrarsi ai pericoli di grossi rastrellamenti che erano iniziati da parte di imponenti forze
nazifasciste, il gruppo di Monte Morello si spostò successivamente a Monte Giovi, dove ebbe
il compito di accogliere e riorganizzare quanti erano sfuggiti al grande rastrellamento del
Falterona, che gravi perdite aveva inflitto alle formazioni partigiane.
Successivamente il movimento partigiano conobbe una forte crescita e Potente si impose
sempre di più per le sue doti ai responsabili delle forze partigiane. Maturò allora nella
direzione di queste la decisione di formare una struttura militare più organizzata e più forte,
da fare agire in una zona ampia e difendibile che venne individuata nel Pratomagno.
A capo di questa unità fu posto Potente e nacque così la Brigata Lanciotto, ben organizzata
e compatta, costituita da forti contingenti trasferiti da Monte Giovi.
Permettetemi di ricordare qui un’esperienza personale. Giunti in Pratomagno con un
secondo scaglione, eravamo in attesa, appena arrivati, di conoscere il nostro nuovo capo,
Potente appunto e, per l’alone di leggenda che ormai lo circondava immaginavamo un
personaggio con aspetto di guerriero. Invece, su di un balzo apparve la figura di un uomo
snello, esile, che con voce pacata ci diceva che c’era molto da sacrificarsi, che il mangiare
c’era quando c’era, che quando andava bene si dormiva nelle capanne e quando non
c’erano si dormiva nel bosco sotto un albero, che c’era molto da camminare, che i tedeschi e
i fascisti ci attaccavano e che noi bisognava attaccare loro. Se qualcuno non se la sentiva di
affrontare tutto questo, lo doveva dire subito e sarebbe stato rimandato indietro. Pochi
accettarono questa ipotesi. Solo un uomo forte come lui, al di là del suo aspetto,
consapevole del suo ascendente di capo, avrebbe potuto parlare con tanta naturalezza e
tanta sincerità e questo conquistò subito la fiducia di quasi tutti, che rimasero.
E di lì a qualche giorno, il 29 giugno, la Lanciotto fu impegnata in uno scontro frontale con
forze nazifasciste nella battaglia di Cetica che, oltre a consistenti perdite inflitte al nemico,
vide purtroppo anche la distruzione di buona parte del paese e perdite sia civili che nostre.
Potente, da comandante consapevole e accorto, riunì nei giorni seguenti tutti i comandanti e
tutti i commissari politici delle formazioni per un’analisi minuziosa ed esperta della battaglia,
illustrando meriti e manchevolezze dei vari reparti nell’impegno del combattimento, che
comunque per la tenuta complessiva dei reparti, per la loro capacità di manovra e per le
perdite inflitte al nemico fu considerato positivamente.
Modificandosi la situazione in considerazione di due fatti: la ripresa dell’avanzata verso
Firenze delle truppe alleate e l’afflusso di nuovi arrivi nelle file partigiane, si procedette ad
una importante ristrutturazione delle forze che portarono alla costituzione di una Divisione,
nata dall’unione della Brigata Lanciotto e della Brigata Sinigaglia che prese il nome di
Divisione Arno al cui comando fu posto Potente e alla costituzione di una nuova Brigata, la X
Caiani, al cui comando fu posto Bruno Bernini (Brunetto).
Per le formazioni dislocate in Pratomagno si pose a questo momento l’esigenza di portarsi a
Firenze per prendere parte, insieme a tutte le altre forze, all’insurrezione per la liberazione
della città. Movimentatissimo, pieno di pericoli, ma anche di grande determinazione e
coraggio fu l’avvicinamento alla città fino a che, la mattina del 4 agosto, Potente poté
incontrare un maggiore della V Divisione canadese nella zona di Poggio all’Incontro, in
collaborazione con il quale e con i suoi soldati poté effettuare subito un attacco a nidi di
mitragliatrici tedesche.
Successivamente la Lanciotto e la Sinigaglia raggiunsero rispettivamente Villa Cora e la
casa del fascio delle Due Strade e da qui si diressero infine verso Porta Romana, accolti
trionfalmente dalla popolazione ormai liberata dall’occupazione tedesca. Si presentò presto
un problema che creò inizialmente grande agitazione e risentimento nelle formazioni
partigiane e cioè la pretesa espressa da ufficiali inglesi di procedere all’immediato disarmo
delle brigate.
Prevalse la fermezza di comportamento di Potente e la sua proposta di procedere insieme a
reparti alleati alla bonifica dei franchi tiratori che imperversavano sulla riva sinistra dell’Arno e
che fino a quel momento erano stati contrastati con scarsa efficacia.
Si verificò con l’accordo raggiunto un fatto di grande rilevanza anche politica, dato che per la
prima volta si realizzava una manovra congiunta fra reparti partigiani e truppe alleate,
addirittura sotto la direzione di un comandante partigiano, in considerazione della migliore
conoscenza dei luoghi e delle situazioni. Questo compito fu affidato alla Sinigaglia
comandata da Gracco e ad un reparto canadese che, alla vigilia dell’operazione si
acquartierarono in Piazza Santo Spirito.
La sera dell’8 agosto, verso le nove, Potente si recò in questa Piazza per verificare come
stesse procedendo l’operazione e per prendere gli ultimi accordi con Gracco e gli ufficiali
alleati. All’improvviso ci fu un’esplosione di un colpo di mortaio che colpì in pieno un gruppo
che comprendeva anche Potente che, rimasto seriamente ferito, si manteneva calmo,
sorridente e non mancava di incitare i partigiani presenti a farsi onore nei compiti
dell’indomani. Giunta un’autoambulanza: “Addio Gracco, disse, sforzandosi ancora di
sorridere, addio ricordati di fare onore alla divisione”. Sull’autoambulanza che lo trasportava
all’ospedale di Greve al compagno Meoni che era con lui, disse di prendere con sé la sua
camicia rossa per farla sventolare su Firenze quando fosse stata liberata.
E queste sono le ultime parole che consegnano alla Storia Aligi Barducci, Comandante
Potente, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, come grande e luminoso eroe della
Resistenza.