Legge di Stabilità, l'analisi dell'assessore Petretto
All’indomani dell’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri della Legge di Stabilità, l’assessore al bilancio Alessandro Petretto intende approfondire alcuni aspetti:
“La Legge di Stabilità, quella finora approvata dal Consiglio dei Ministri, presenta luci e ombre per i Comuni e quindi per Firenze. Le novità principali sono due: l’introduzione del nuovo tributo TRISE e una nuova disciplina del Patto di stabilità interno. La TRISE sarà composta di due parti. La prima è la TARI, che per il momento riproduce l’odierna TARES sui rifiuti, e poi diverrà TARIP, più direttamente collegata alla misurazione puntuale dei rifiuti. La seconda è la TASI, destinata al finanziamento dei servizi indivisibili, in sostituzione certamente dell’IMU prima casa e, forse, anche dell’IMU sulle altre tipologie di immobili.
La TASI è un tributo più europeo dell’attuale IMU, essendo concepita come una service tax ottenuta da una combinazione tra una property tax e una residence tax, alla stregua del modello francese, e più federalista, lasciando in teoria più margini di autonomia ai Comuni. Questi saranno chiamati a decidere la base imponibile, sul valore catastale o sui metri quadri, e la quota, tra il 10% e il 30%, che spetterà agli inquilini. Sulla possibilità di variare le aliquote, ci sono le prime ombre. Il punto di partenza è l’1 per mille sul valore dell’immobile o un 1 euro a metro quadro; ma il punto di arrivo è ancora oggetto di trattative convulse, soprattutto per quanto attiene l’abitazione principale. La versione entrata in Consiglio dei Ministri dava un buon margine di discrezionalità, già minore nella versione uscita, ancora minore è in quella che sottotraccia sta circolando nei ministeri. Ma una service tax, essendo basata sul principio della responsabilità finanziaria, senza un’ampia leva fiscale è una contraddizione in termini.
Altro punto delicato è la combinazione proprietari-affittuari. Se è chiara con gli inquilini di abitazioni, e potrà essere regolata con un’adeguata combinazione valore/metri quadri, più problematica appare l’estensione del modello misto alle imprese che prendono in affitto le aree, che potrebbero subire un consistente aggravio di pressione fiscale. D’altra parte, sul piano dei principi, è discutibile l’inclusione degli immobili di impresa nella base imponibile di un tributo che si paga a fronte di benefici per servizi indivisibili. Per queste categorie è più opportuno mantenere l’attuale regime IMU.
Ma tutta l’impalcatura della TASI è condizionata dalla corrispondente dimensione del Fondo di solidarietà comunale e dal suo riparto tra i Comuni. Se questo continua a basarsi sulla pratica dell’”accertamento convenzionale” utilizzato con l’IMU, spesso fuori linea dalla realtà locale, la riduzione dei trasferimenti che ne deriverà annullerà tutti i benefici della TASI, obbligando i Comuni ad attestarsi sulle aliquote massime per mantenere le entrate attuali.
Grandi delusioni sul fronte del Patto di stabilità interno. La legge ha partorito per i Comuni un topolino: un miliardo di allentamento da destinare a investimenti in edilizia scolastica e dissesti idrogeologici, un’inezia. Firenze non riuscirà a costruire, fuori Patto, neppure una scuola, potrà tutto al più, qua e là, eliminare l’amianto, riparare tetti e aule, pulire qualche giardino. E’ prevalso anche in questa occasione l’atavico vizio dei sindaci di ‘negoziare sconti’, invece di puntare ad una riforma di ampio respiro e prospettiva. Bisognava ottenere la trasformazione di un Patto ‘euro compatibile’, che commisurasse cioè il contributo dei Comuni alla riduzione dell’indebitamento netto su PIL del paese, così come è concepito nel Fiscal Compact, invece di continuare ad affidarsi a cervellotiche percentuali di grandezze del tutto sganciate da quelle previste dagli obblighi europei.
Negli ultimi anni il comparto dei Comuni è quello che più ha dato per la nazione, in termini di consolidamento fiscale, rispetto ad un’amministrazione centrale molto meno generosa. Secondo stime effettuate da uno studio di ricercatori dell’università di Ferrara, se l’amministrazione centrale avesse tenuto un profilo di contenimento del deficit analogo a quello dei Comuni, il miglioramento di saldo delle pubbliche amministrazioni totali sarebbe stato di oltre 10 miliardi di euro, da investire in misure per la crescita”.(fd)