L'assessora Giachi alla tavola rotonda sul pensiero di Machiavelli
«La vostra presenza oggi in questa sala a discutere di scienza politica farà vibrare di gioia queste pareti, che assistettero al lavoro di Machiavelli. Oggi forse egli gioirebbe nel sapere che la sua Firenze è patrimonio dell’umanità, e dovrà essere difesa e protetta da tutti i popoli della terra». Lo ha detto l’assessora all’università Cristina Giachi nel suo saluto ai partecipanti alla tavola rotonda sul pensiero di Niccolò Machiavelli, organizzata questo pomeriggio dalla Società italiana di scienza politica nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
«Forse non a caso celebriamo questo grande fiorentino in questo luogo suggestivo realizzato nel 1494 su commissione di Girolamo Savonarola – ha aggiunto l’assessora Giachi - com’è noto, nel sesto capitolo del Principe, Machiavelli cita proprio Savonarola quale esempio di ‘profeta disarmato’, che ‘ruinò ne' sua ordini nuovi’, cioè fallì nel tentativo di creare a Firenze un sistema politico rispondente alle sue aspirazioni. Ma questo giudizio disincantato sul frate ferrarese è in realtà l’indizio di un intenso legame sotterraneo tra due figure apparentemente distanti.
Federico Chabod, Roberto Ridolfi, poi Eugenio Garin, Carlo Dionisotti, Luigi Russo e, in tempi più recenti, Gennaro Sasso, Mario Martelli, Francesco Bausi hanno scritto che proprio in quegli anni, tra una lettera di Machiavelli sul frate ferrarese e le fiamme che bruciarono Savonarola, si tracciò la linea di demarcazione che separa il Medioevo dal tempo moderno».
«Grazie a loro – ha proseguito l’assessora all’università - sentiamo l’orgoglio per un mondo lontano secoli ma ancora vicino dove si incontrarono ardore religioso e pensiero politico secolarizzato, uniti dall’assillo di rifondare una nuova convivenza civile. Nel suo capolavoro, del quale celebriamo il V centenario, Niccolò Machiavelli sottolineava che la prima preoccupazione del principe deve essere di evitare l’odio e il disprezzo, perché la prima passione vince il timore che il potere incute ai sudditi e li induce a combattere il principe, la seconda spezza il vincolo che unisce i sudditi al principe e in caso di necessità non potrà contare su di loro. Solamente la forza e l’accortezza, sottolineava, sono i principi fondamentali cui deve ispirarsi l’azione del principe, in quanto solo con questi mezzi le passioni possono essere disciplinate».
«Un ammonimento che sentiamo ancora attuale – ha concluso – e che ripetiamo oggi, proprio in questo Salone, nella speranza che vada oltre le sue mura». (fn)