La presidente Agostini (Pd) ha commemorato Alessandro Sinigaglia e Spartaco Lavagnini: "Quello del 2013 è un 25 aprile segnato da paure di stallo istituzionale"

 

“A pochi giorni dal 25 aprile Festa della Liberazione, Firenze ieri ha commemorato due martiri della lotta al fascismo: il comandante partigiano Alessandro Sinigaglia e il sindacalista Spartaco Lavagnini. Due eventi storici. Due giovani assassinati perché credevano nella democrazia e nella libertà. Eventi accaduti a molti anni di distanza l’uno dall’altro, nel 1921 e nel 1943. Torniamo oggi a sottolineare quanto sia importante salvaguardare conoscenza e memoria, affinché lo spettro del fascismo non torni mai più ad attraversare l’Italia e l’Europa". Così la presidente della commissione Pace Susanna Agostini che ieri ha rappresentato l'amministrazione nelle celebrazioni.. Alle 10 di è stata deposta una corona di alloro sulla targa che ricorda il luogo dell’uccisione del comandante Sinigaglia, in via Pandolfini. Dopo la presidente Agostiuni si è recata, accompagnata dal Gonfalone e dalle chiarine, al cimitero di Trespiano dove è sepolto Lavagnini per rendere omaggio alla sua tomba. L' Anpi era rappresentata dallo Ugo Barlozzetti. Presenti anche le delegazioni dell’Anpi Provinciale e dell’Oltrarno con i rispettivi gagliardetti. Brevi testimonianze dei partigiani Sugo e Vittorino (Giancarlo Cecchi). "Si sono soffermati anche alcuni cittadini- ha detto Agostini-, per ascoltare le parole dei testimoni diretti della Resistenza, quasi a voler condividere un’apprensione sociale nuova. Non possiamo sottacere come quest’anno la ricorrenza della Liberazione sarà incentrata su nuove paure che derivano dallo stallo istituzionale che si è creato dopo le elezioni politiche. Abbiamo sentito tutta la responsabilità istituzionale di consolidare il nostro impegno politico a salvaguardia dei diritti della democrazia e dei principi universali contenuti nella Costituzione Italiana. Quest’anno – ha aggiunto Agostini – abbiamo rischiato di ricordare i due martiri, rispettivamente a 69 e 92 anni dalla loro scomparsa, senza avere un Presidente della Repubblica. Un vuoto istituzionale che rischiava di divenire un vulnus per la democrazia. Una sorte di destabilizzazione. Davanti ai monumenti che la città ha voluto porre per ricordare i luoghi delle barbare uccisioni, vogliamo ricordare la necessità dell’unità, nel perseguire gli obiettivi per il futuro del Paese. Quell’unità che fu necessaria per combattere il nazifascismo. Non può essere stato allora più semplice della condizione storica attuale. Sinigaglia e Lavagnini, morti giovanissimi, possono ancora insegnare come trovare un terreno comune per il cambiamento.”  (lb)

Alessandro Sinigaglia, nato a Firenze nel 1902, fu attivista comunista della lotta al fascismo. Esponente del Pci clandestino, espatriato in Francia e successivamente a Mosca, lì lavorò in fabbrica e frequentò la scuola di partito. Negli Anni Trenta combatté in Spagna e venne poi internato in Francia insieme ai superstiti delle Brigate internazionali. Consegnato ai fascisti, fu rinchiuso nel carcere di Ventotene. Rientrato a Firenze nel 1943, con il nome di “Vittorio” fondò i GAP, Gruppi di Azione Partigiana. Medaglia d’argento al valor militare, fu riconosciuto, in via Pandolfini, il 13 febbraio 1944, da due dei cosiddetti “Quattro Santi”, componenti della “Banda Carità” che torturava gli antifascisti a Villa Triste, e fu ucciso sul posto. La Brigata partigiana che prese il suo nome, la “Sinigaglia”, si distinse nella lotta per la Liberazione di Firenze ed entrò per prima in città la mattina dell’11 agosto 1944.

Spartaco Lavagnini fu ucciso nel tardo pomeriggio del 27 febbraio 1921, quando un gruppo di fascisti fece irruzione nel civico 2 di via Taddea (sede del sindacato ferrovieri, della lega proletaria dei mutilati, invalidi e reduci di guerra, della federazione provinciale comunista e della redazione del settimanale L'Azione Comunista). Fu un’esecuzione: vennero sparati quattro colpi a bruciapelo, i primi due alla testa, un altro al petto, l’ultimo alla schiena. Il sindacalista stava lavorando al giornale L'Azione Comunista. I compagni, nei giorni precedenti, avevano cercato di dissuaderlo dall’andare al lavoro, visto che era stato pesantemente minacciato. Sulla targa in via Taddea, ogni anno viene deposta una corona di alloro.