XVIII edizione della ‘Giornata della Memoria', l'assessora Giachi: «Fondamentale l'educazione dei giovani»

Questo il testo dell’intervento dell’assessora all’educazione e alla legalità Cristina Giachi:

«Abbiamo bisogno di stabilizzare una memoria, noi abbiamo bisogno di far sì che questa memoria diventi qualche cosa di oggettivo anche al di fuori di noi». Queste sono le parole con le quali il magistrato fiorentino Gabriele Chelazzi, pm al processo per le stragi del ’93-94, si rivolgeva nel Salone dei Cinquecento agli studenti delle scuole fiorentine il 25 maggio 2002,nel nono anniversario degli attentati di Roma, Firenze e Milano. Chelazzi proseguiva sottolineando che «commemorare è importante, perché fa parte di qualche cosa che ciascuno di noi ha al fondo dell’animo; la commemorazione fondamentalmente è un’operazione dei sentimenti, e non c’è dubbio che anche i sentimenti devono entrare in gioco. Se i monumenti ai caduti della guerra di liberazione partigiana non dicessero qualche cosa alle nostre coscienze, ai nostri sentimenti, tanto varrebbe abbatterli. Quando le date, i simboli del passato, le testimonianze del nostro passato cessano di dire qualche cosa a quello che abbiamo nelle nostre coscienze, nelle nostre affettività vuol dire che quei simboli non hanno più attualità, vuol dire che non rappresentano più niente, vuol dire che sono rimasti solamente attuali per gli addetti ai lavori e per i cultori della materia, per gli specialisti».
Commemorare, dunque. Ma anche tramandare, mandare oltre, trasmettere a chi viene dopo. A chi non era neppure bambino, quel 27 maggio del 1993, quando un Fiat Fiorino con 250 chili di esplosivo ad alto potenziale scoppiò in via dei Georgofili. Una necessità diventata impellente anche alla luce dell’indagine presentata da Libera alla vigilia della ‘Giornata della Memoria’ secondo la quale in Toscana 7 studenti su 10 non conoscono nulla della strage di 20 anni fa. È terribile dover constatare che ci sono deserti di conoscenza, praterie smisurate che non permettono alle generazioni più giovani di ricordare quella bomba, quelle 5 vittime, quei 48 feriti, quei danni incalcolabili al patrimonio artistico e di maturare, nell'impatto con quel male, una coscienza civile piena. E, cosa ancora più grave, con il rischio che in questi vuoti si possano insinuare addirittura versioni alternative della storia di questi tempi, e tentativi di strumentalizzazione.
Per questo, credo, occorre invitare i nostri ragazzi a ragionare seriamente su quello che è accaduto, sui motivi che lo hanno scatenato e su come tramandare il dolore, il dramma, la verità storica.
Ancora i, giudice Chelazzi, nel suo intervento, sosteneva che «quando in undici mesi il territorio continentale di un paese viene per sette volte aggredito con la strage, non siamo davanti a mere manifestazioni di criminalità, per quanto si tratti della criminalità più efferata, non siamo davanti soltanto a una pagina della storia della criminalità del nostro paese, siamo davanti a una pagina della storia del nostro paese fatta anche di criminalità. Ecco perché all’appello queste vicende non chiamano solamente i magistrati, queste vicende chiamano all’appello per intero il corpo sociale, per intero le rappresentanze istituzionali, a cominciare da quelle politiche, per intero le rappresentanze accademiche. Io aspetto che queste pagine, questi anni vengano raccontati bene nei libri di storia».
Il giudizio della storia può diventare patrimonio comune solo se la scuola diventa protagonista, se diventa il luogo privilegiato per raccontare quei fatti, il luogo dove i giovani possano andare oltre i riti, doverosi e sacrosanti, che si ripetono ogni 27 maggio. Per questo invito i nostri docenti a trovare un tempo per raccontarlo, nei programmi scolastici; a portare i loro ragazzi ovunque si fa memoria e si incontrano i testimoni e le vittime delle stragi. C’è qualcosa di più evocativo di una storia? C’è qualcosa di più importante da far studiare e comprendere ai nostri giovani? Siamo disposti ad arrenderci così, di fronte al fatto che i ragazzi non sappiano nulla delle stragi di 20 anni fa mentre sanno tutto della storia degli egiziani? La risposta deve essere no. Assolutamente no. Perché, come disse ilPresidente della Repubblica Giorgio Napolitano celebrando il ‘Giorno della Memoria’, dedicato alle vittime del terrorismo, sentiamo nostro dovere operare «perché l’Italia non dimentichi ma tragga insegnamenti e forza da quelle tragedie».


(fn)