Il ricordo di Riccardo Berti in Consiglio Comunale
Questo il testo dell’intervento di questa mattina di Mario Tenerani (PdL) per commemorare il giornalista Riccardo Berti, scomparso nella domenica di Pasqua. Tenerani ha preso la parola dopo un breve ricordo a cura del presidente del consiglio comunale Eugenio Giani. (fdr)
“Credo che fosse doveroso ricordare oggi Riccardo Berti, giornalista formidabile e persona per bene, scomparso all’alba della mattina di Pasqua all’età di 64 anni. L’ha stroncato un male incurabile, l’unica cosa che potesse fermarlo veramente.
Riccardo Berti è stato direttore de Il Piccolo di Trieste, de La Nazione e fondatore de Il Giornale della Toscana, poi direttore di Isoradio e, prima che la morte se lo portasse via, direttore di Gr Parlamento e Gr3. Ma il pregio più grande di Riccardo Berti risiedeva nella sua storia.
Partito poco più che bambino dalla redazione di Prato de La Nazione, aveva salito i gradini della professione, facendo il cronista di nera e poi l’inviato sui fatti più importanti di cronaca nazionale; dalle calamità naturali agli anni di piombo, mettendo sempre la notizia e la professione davanti a tutto. Come quel 10 agosto del 1975, quando fu sequestrato all’interno del carcere di San Gimignano da due detenuti in rivolta che gli puntarono una pistola alla tempia, e il direttore ebbe salva la vita grazie a un cecchino dei Carabinieri, che decise di non premere il grilletto nel momento decisivo.
Ma Riccardo Berti, pratese doc, ha legato indissolubilmente la sua vita a Firenze: la conobbe a venti anni quando seguì gli angeli del fango impegnati dopo l’alluvione del 1966. Fu amore a prima vista. Forse non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe diventato il direttore del quotidiano di riferimento di Firenze: La Nazione. Dopo Curzio Malaparte è stato il primo pratese a diventare direttore di un giornale autorevole. Riccardo Berti si è innamorato di Firenze con i suoi pregi, difetti e sfumature. Da cronista prima e direttore poi, Riccardo Berti ha avuto una qualità, amici e colleghi, che credetemi purtroppo non è di tutti: è stato terzo, cioè imparziale; non ha mai fatto sconti a nessuno. Non c’era politica o cronaca o altro fatto che potesse incatenarlo: Riccardo Berti è stato succube solo di una cosa, della notizia. Partiva sempre da un assunto: i lettori vanno informati, senza se e senza ma. Da qui partiva e il resto, sì, il resto era solo contorno. Firenze lo ha apprezzato soprattutto per questa formidabile virtù. Virtù diventata ancor più nitida quando decise di fondare Il Giornale della Toscana, sfidando il conformismo di certi ambienti ‘paludati’ di questa città. E anche in quel caso non ci furono sconti, su nessun fronte politico, amministrativo o cronachistico. Questa operazione, che per alcuni giornalisti è dura da digerire, per lui era la più semplice, perché prima che un grande giornalista era una grande persona. Dal carattere ‘di carta vetrata’, pronto però un minuto dopo a riconoscere i meriti del cronista che gli stava accanto. Si arrabbiava, è vero, con chi non si spendeva nel lavoro. Lui, abituato a spendersi dal primo all’ultimo minuto sulla sua ‘Lettera 22’ come nella vita; severo prima con se stesso che con gli altri, e con un senso di giustizia innato. Anche se, purtroppo, una vita spesa così intensamente prima o poi ti presenta il conto.
Firenze deve essergli grata per aver fabbricato, nella sua ‘bottega giornalistica’, decine e decine di professionisti. Sono in tanti quelli che oggi, con gli occhi umidi, devono dirgli grazie, e tra questi c’è anche chi vi sta parlando.
Riccardo Berti inizialmente, da cronista puro, non amava la politica, ma poi, da direttore, aveva cominciato a capirla, conoscerla, apprezzarla. Tanto che avrebbe potuto sbarcare in Parlamento o accettare altre candidature autorevoli nel contesto cittadino. Ma lui ha sempre risposto ‘no, grazie: sono nato cronista, voglio morire cronista’. Anche in questa risposta c’è tutto Riccardo Berti, un esempio per tutti.
Non è vero che quando si muore finisce tutto. Chi si è speso come Riccardo Berti lascia un patrimonio inestimabile. Chi ha voglia di attingere da quel tesoro può farlo. Mi permetto di dirlo sottovoce: dovrebbe farlo. Intanto, c’è suo figlio Matteo, che sta portando avanti nella professione di giornalista il nome di famiglia. E se il buongiorno si vede dal mattino, Matteo è proprio figlio di Riccardo, in ogni sfumatura.
Questa assise che è il cuore della nostra amata Firenze ha fatto bene a ricordare Riccardo Berti, e farà bene a non dimenticarsi mai di lui, perché non c’è futuro senza memoria. Grazie di cuore a tutti voi. Ciao, direttore”.