Stamani in Palazzo Vecchio il ricordo di Lando Conti, ucciso dalle Br 24 anni fa
Sono passati 24 anni dalla sua scomparsa, ma il ricordo e il rimpianto per Lando Conti, sindaco di Firenze ucciso dalle Brigate Rosse il 24 febbraio 1986, è ancora vivissimo. Ed in tanti stamani hanno affollato il Salone dei Dugento di Palazzo Vecchio per partecipare al convegno “Di chi è figlio il terrorismo”, organizzato dall’amministrazione comunale con la rivista “Il Governo delle idee”. Un evento per ricordare la figura, gli ideali e l'attività politica di Lando Conti, e per portare un contributo alla comprnsione di quella tragica stagione di odio che insanguinò il nostro paese, e delle reali responsabilità di un omicidio sul quale non è mia stata fatta pienamente luce. Fra i partecipanti Giorgio La Malfa, Gerardo Bianco, Giorgio Morales, Sandro Barcali, Francesco Bosi, Nicola Cariglia, Ottaviano Colzi, Gianni Conti, Antonio Marotti, Giovanni Pallanti, Adalberto Scarlino, Michele Ventura, Ettore Bonalberti. Dopo il saluto del figlio di Conti, Lorenzo, presente insieme a tutta la famiglia, il vicesindaco ha portato il saluto dell’amministrazione comunale ed ha brevemente ricordato la figura di Lando Conti.
“Il 10 febbraio 1986 – ha detto il vicesindaco - accadde qualcosa che avrebbe segnato per sempre la vita e la storia della nostra città, lasciando non solo una gravissima perdita umana e politica, ma un disagio, un malessere, un’inquietudine le cui tracce sono ancora vive. Lo sciagurato commando assassino delle Brigate Rosse, fece fuoco 18 volte contro Lando Conti, mosso da odio e rabbia, aprì una ferita che non è ancora rimarginata e che oggi lascia a noi la responsabilità di dare un senso e di trovare le spiegazioni di chi e di cosa abbia mosso le mani assassine. Purtroppo, su quell’agguato e sulle responsabilità dei soggetti coinvolti, anche dopo le 5 condanne e i 4 ergastoli, non è mai stata fatta luce piena e definitiva, nonostante la dedizione e l’impegno di persone come il compianto Gabriele Chelazzi”. “La folle ideologia che ispirò il gesto inconsulto non poteva che essere animata proprio da chi avversava con ogni mezzo gli ideali di cui Lando Conti era espressione: il sincero rispetto per le istituzioni democratiche, l’attaccamento ai valori della laicità dello Stato così chiaramente espressi nel dettato della Costituzione italiana della Repubblica. Dai suoi discorsi non traspariva mai, in nessun caso, la tentazione dell’odio per l’avversario, ma anzi, lo sforzo costante di trovare con esso il terreno comune della condivisione di principi e regole civiche”. “Mi auguro con grande sincerità che la giornata di oggi possa servire non solo alla ricerca delle spiegazioni di quanto avvenuto, ma altresì a schiudere prospettive future e nuove strade alla crescita della nostra società. Del resto, una traccia di questa volontà si legge già nel frontespizio del programma, dove si parla di un convegno di “cultura civile”. Ebbene, credo che proprio nella ‘cultura civile’ risieda l’essenza dell’eredità che ci lascia Lando Conti. Un uomo che personalmente non ho avuto la fortuna di conoscere, ma di cui ammiro l’opera, per aver fatto della cultura della tolleranza, della democrazia e del rispetto il cuore del suo impegno politico. A noi il compito di far vivere nelle scuole e nelle istituzioni, nella società e nell’economia il significato di questo grande messaggio, per aprire uno squarcio nella stagione dell’intolleranza, dell’egoismo e e dell’indifferenza che sta contaminando con preoccupante rapidità la nostra Europa, le nostre città”.
(ag)